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«La rinascita culturale dei quartieri viene dal basso»

Don Antonio Loffredo parroco del rione Sanità di Napoli, racconta come sia possibile strappare al degrado interi quartieri delle città italiane grazie all'impegno dei giovani

Fabio Di Todaro
30 marzo 2017
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Per Don Antonio Loffredo, parroco di periferia, la rinascita dei quartieri è possibile

«Se ci siamo riusciti al rione Sanità, vuol dire che la rinascita è possibile ovunque: anche nella città vecchia di Taranto». Don Antonio Loffredo, il parroco del popoloso quartiere di Napoli, dove nacque Totò e da cui Eduardo De Filippo trasse ispirazione a più riprese, è stato ospite di «Taras», il progetto promosso da «Programma Sviluppo» e finanziato dalla Fondazione Con il Sud, che punta al rilancio del turismo culturale e sostenibile in riva dei Due Mari. L’incontro con la cittadinanza all’interno della facoltà di giurisprudenza e un giro per i vicoli e le postierle del quartiere, al fianco dell’attore teatrale Giovanni Guarino, sono risultati sufficienti per affermare che «qualcosa di simile si può fare anche qui, coinvolgendo chi abita questo quartiere in un processo di rivoluzione sociale, economica e culturale», è la profezia del parroco, che ha ricostruito l’operazione di recupero da lui coordinata nel libro «Noi del rione Sanità – La scommessa di un parroco e dei suoi ragazzi» (Mondadori, 2013).

Da dove si dovrebbe cominciare?

Il primo passo è la formazione delle persone del quartiere. I ragazzi devono sentirsi protagonisti di un processo di rivoluzione sociale. I miei li ho fatti viaggiare, innanzitutto, perché come Sant’Agostino ritengo che il viaggio sia il libro più importante della vita. Hanno visitato prima l’Italia, poi le capitali europee. Tutti questi spostamenti sono serviti a fare capire loro che a Berlino e a Parigi non c’era nulla di più rispetto a ciò che avevano a Napoli. Resi consapevoli delle risorse a disposizione, hanno deciso che fosse giunto il momento di passare ai fatti. Le loro nuove professionalità hanno permesso di cambiare la realtà, rimettendo in sesto seimila metri quadri di catacombe in tre mesi.

Com’è poi proseguito il rafforzamento dell’impresa sociale?

Una volta scoccata la scintilla, il resto è avvenuto in maniera veloce e inarrestabile. Messe da parte le vecchie abitudini e il disfattismo, i ragazzi si sono votati a una imprenditoria sociale, tesa a soddisfare gli interessi generali. Hanno recuperato tutti i beni storico-artistici del quartiere, forzando talvolta anche la mano nei confronti delle istituzioni pubbliche, a cui non hanno mai chiesto denaro. Poi si sono organizzati in cooperative. Assieme abbiamo raccolto tre milioni di euro in sette anni, affidandoci all’aiuto di imprenditori e fondazioni. L’obiettivo era quello di creare imprese in grado di sostenersi da sole. Lo stesso può accadere in altri contesti ugualmente difficili, a patto che chi li vive capisca che la svolta potrà soltanto nascere soltanto dal basso. Tutto ciò che arriva dall’alto non è destinato a durare nel tempo.

Chi ha sostenuto il vostro operato?

Innanzitutto una onlus, “L’altra Napoli”, creata da un gruppo di napoletani che, pur vivendo altrove, è pervaso dalla volontà di risollevare le sorti della propria città natale. Tra i soci ci sono economisti, giornalisti, addetti stampa, dirigenti, architetti, ingegneri, professori universitari, che grazie alle proprie professionalità sono riusciti a raccogliere il denaro necessario a finanziare i progetti di riqualificazione urbanistica e artistica del rione. Grazie a loro abbiamo risistemato le catacombe, una cappella del Seicento, ex case canoniche vincolate, giardini, chiostri, oltre a una piazza coperta del quartiere in cui si incontrano i ragazzi. E poi ancora: Le chiese, una palestra e un teatro da cui i ragazzi hanno tolto l’acqua con i secchi. Sono questi oggi i loro tesori.

Cosa fanno oggi i ragazzi del Rione Sanità?

Tutto è partito dalle catacombe: una quarantina di posti di lavoro. Negli anni nel quartiere sono nati uno studio di registrazione, una casa di accoglienza per mamme e bambini, un laboratorio artigianale in cui si lavora il ferro, un bed and breakfast ricavato da un vecchio convento vicino alla basilica di Santa Maria, un laboratorio teatrale, uno spazio attrezzato per il doposcuola e anche un’orchestra di bambini. I ragazzi hanno imparato ad apprezzare la forza della bellezza delle costruzioni del rione, grazie a cui si sono costruiti un futuro nei luoghi in cui sono nati.

La «Sanitansamble», per l’appunto, è il fiore all’occhiello della Sanità.

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La cultura e il conivolgimento dei giovani fanno sì che la rinascita di quartieri difficili in Italia sia possibile

Dodici maestri seguono il metodo di educazione musicale gratuito per bambini messo a punto in Venezuela da José Antonio Abreu. Con la danza, la musica, il teatro e l’arte si combatte il degrado.

Cosa le fa pensare che il vostro modello possa essere esportato anche altrove?

A Taranto ho visto uno dei centri storici più belli d’Italia, ma non è la prima volta che mi capita di raccontare la nostra esperienza in località impegnate a progettare una resurrezione. La Chiesa deve avere un ruolo centrale, nel recupero dei ragazzi. Alcuni mi definiscono imprenditore, ma io sono rimasto sempre un sacerdote. Mi permetto di dare soltanto un consiglio: piuttosto che chiedere permessi, è meglio chiedere scusa a posteriori. Una volta dato il via alla rivoluzione, arrestarla non è più possibile. Nemmeno per chi, anche dalle nostre parti, ogni tanto continua ancora a sparare.

Cosa farà Don Antonio Loffredo una volta terminato il mandato alla Sanità?

Mi farò da parte, non manca molto. Una volta dato il via a questa rivoluzione, il futuro appartiene ai ragazzi. Non voglio che qualcuno pensi che la Sanità sia qualcosa di mio. Il quartiere è di chi lo abita e in questi anni ha imparato a farsi apprezzare anche da turisti italiani e stranieri. Venite a fare un giro alla Sanità, ve lo consiglio.

Twitter @fabioditodaro

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